Centrafrica, un Paese senza pace

Centrafrica, un Paese senza pace

Non c’è pace per la Repubblica Centrafricana!
Al 171º posto su 177 paesi tra quelli a più basso indice. di sviluppo umano e uno dei più poveri al Mondo, dove l’analfabetismo affligge il 51,4% della popolazione, il Centrafrica sta vivendo una nuova crisi umanitaria della sua giovane “vita”.
I giorni che hanno preceduto le elezioni presidenziali del 27 dicembre scorso, sono stati segnati da un clima di tensione e paura.
Gruppi di ribelli, che controllano gran parte del territorio centrafricano, si sono coalizzati e hanno intensificato gli attacchi dopo la decisione della Corte costituzionale di escludere dai candidati l’ex presidente François Bozizé.
La Corte Costituzionale ha respinto la richiesta dei Partiti dell’opposizione, di rinviare le elezioni, che, nonostante l’insicurezza politica, si sono svolte regolarmente nella capitale Bangui e in parte del territorio, mentre in diverse regioni del Paese, non si è potuto votare: i ribelli sparavano per impaurire la gente e hanno bruciato le urne e il materiale elettorale.
Al temine della tornata elettorale Touadéra è stato eletto Presidente per un secondo mandato con il 53,9 per cento dei voti, ottenendo così la maggioranza assoluta. Risultato che dovrà essere confermato, nel frattempo alcuni partiti dell’opposizione hanno chiesto l’annullamento delle elezioni e si aspetta il verdetto finale il 19 gennaio.

 

La scorsa settimana gruppi armati hanno lanciato offensive impadronendosi di grossi centri e delle principale arterie di trasporto.
Cosi è successo anche a Bouar, città situata 450 km a nord-ovest della capitale Bangui.
I gruppi ribelli hanno tentato di assaltare il campo militare base dell’esercito centrafricano, posto a pochi chilometri dal centro cittadino: da lì sono stati respinti, ma in seguito si sono installati in diversi quartieri della città.
L’offensiva ha causato il panico tra la popolazione e diverse migliaia di persone sono fuggite, alcune si sono rifugiate nelle missioni presenti in città, altre sono scappate in “brousse” (savana).
Circa 5000 persone si trovano attualmente nella cattedrale, nei seminari e nelle parrocchie.

 

La cattedrale – spiega Monsignor Miroslaw Gucwa, Vescovo della Diocesi di Bouar – è occupata da più di 1200 persone, e la gente continua ad arrivare ma questa situazione non potrà durere a lungo, gli sfollati non potranno resistere per molto tempo in queste condizioni. Inoltre, le attività commerciali e i piccoli negozi sono chiusi, e anche la strada, che da Garoua-Boulaï (confine con il Cameroon) va a Bangui, passando attraverso la città, è ancora bloccata da uomini armati e non passa nessun tipo di automezzo” (Bouar è ​​infatti una città strategica situata su un asse stradale cruciale per l’approvvigionamento di Bangui dal Camerun).


Suor Chiara Parolari
, delle Suore Clarisse a Bouar racconta : “Sabato abbiamo visto passare i ribelli sulla strada davanti al convento, mentre si dirigevano verso il campo militare. Abbiamo poi sentito colpi di armi pesanti e alcuni aerei militari hanno iniziato a sorvolare la zona. La popolazione si è rifugiata nelle missioni, e il pensiero va agli stessi momenti vissuti durante l’ultimo Colpo di Stato del 2013. La notte successiva è  passata “tranquilla”, ma i ribelli hanno chiesto rinforzi che in giornata sono arrivati, come pure l’esercito. La situazione è precaria e complessa, per diversi motivi. Tante sono le domande:  Perchè? Chi vuole tutto questo? Quali sono i reali interessi? Da chi sono sostenuti i ribelli data la grande “potenza” di armi e i mezzi a loro disposizione?Qual’è la posizione della Minusca, la forza di pace presente da tempo sul territorio? L’unica certezza, in questo momento, è la sofferenza, il disorientamento e la  paura della popolazione che si rifiuta di tornare nelle proprie case e che chiede solo la pace. La città è come paralizzata. E questa non è la situazione solo di Bouar. Preghiamo e confidiamo: il Signore ha posto la sua tenda in mezzo a noi ,rimane con noi, vive e soffre con noi ”.

 

Le fa eco padre Tiziano Pozzi, medico Responsabile dell’Ospedale di Niem (villaggio a 70 km da Bouar): “Questa mattina mi sono recato a Bouar avendo bisogno di medicine e e volendo capire come era la situazione dopo gli scontri di sabato.
Solitamente all’entrata di Bouar si trovavano gendarmi e poliziotti, questa mattina ho trovato solo desolazione. La città è completamente nelle mani dei ribelli, l’ho attraversata in macchina, la mia era la sola vettura che circolava. Nessuna traccia della Minusca  (La Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana di mantenimento della pace iniziata il 10 aprile 2014) o dei FACA ( l’esercito regolare centrafricano) che attualmente è tutto nella base militare non molto distante dalle attuali posizioni ribelli che sono inoltre presenti, “in borghese”, nei diversi quartieri.
Parecchia gente è sfollata soprattutto alla cattedrale, a Saint Laurent dai Cappuccini. Alcune famiglie si sono rifugiate nelle nostre comunità di Fatima e Saint Michel e anche dalle Clarisse. Ho incontrato anche il Vescovo che inutilmente ha cercato di evitare gli scontri tra i ribelli e l’esercito  FACA: mi ha raccontato che ha messo a disposizione una vettura per recuperare i morti causati da questi scontri,  al momento cinque (ufficialmente). Non sappiamo cosa possa succedere, ma si ha l’impressione che da un momento all’altro la situazione possa evolversi … in peggio”.

 

Anche papa Francesco, durante l’Angelus nel giorno dell’Epifania ha voluto rivolgere un pensiero alla situazione: Seguo con attenzione e preoccupazione gli eventi nella Repubblica Centrafricana, dove si sono recentemente svolte le elezioni, con le quali il popolo ha manifestato il desiderio di proseguire sulla via della pace. Invito perciò tutte le parti a un dialogo fraterno e rispettoso, a respingere l’odio ed evitare ogni forma di violenza”.



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