Camilla e quel sogno diventato realtà

Camilla e quel sogno diventato realtà

Per un mese Camilla, giovane 22enne di Albavilla che studia medicina, ha vissuto un’esperienza di volontariato Niem, nella Repubblica Centrafricana, dove ha prestato il suo servizio presso il dispensario diretto da padre Tiziano Pozzi.
L’abbiamo seguita con alcune foto e parole, oggi condivide alcune pagine del suo “diario di viaggio” e come lei stessa le ha definite sono “Pensieri ed emozioni che ho vissuto. Esperienze di vita”.

 

23 Luglio
La partenza

Arrivo a Bangui, la capitale.
Ad aspettarmi c’è padre Tiziano con la jeep bianca, anche se è talmente piena di schizzi di fango, che di bianco rimane poco. Mi guardo intorno, è tutto asfaltato. Non capisco perché sia così sporco, ma non dico nulla, lo avrei capito il giorno seguente.

 

24 Luglio
Si parte per Niem
Una giornata di viaggio su una strada asfaltata solo per il primo tratto, poi solo terra e tante, tantissime buche. La schiena duole ad ogni sobbalzo, ma non importa, sono catturata da quel mondo. Il mio sguardo è fisso fuori dal finestrino. Gli africani sono un popolo in cammino: lungo tutta la strada incontriamo gente, uomini, donne, mamme e bambini, che camminano, ininterrottamente, verso la città più vicina. Portano legna, cibo, bevande e merce di ogni tipo sulla testa. Sono affascinata e stupita.
Non importa se il sole batte forte sulla loro testa o se inizia a diluviare, loro continuano a camminare. Arrivare alla città significa vendere la propria merce, avere un guadagno, avere cibo per sé e per la propria famiglia.
Penso a me: al mattino mi pesa anche solo fare il tragitto a piedi dalla macchina all’università. Loro camminano chilometri e chilometri non curanti della fatica, ma, soprattutto, camminano con il sorriso, un sorriso brillante, che non abbandona mai il loro viso.
Quel sorriso è una delle cose che l’Africa mi ha donato.
Un sorriso così forte da avere male alle guance, un sorriso che in Italia mi capita raramente di vedere e che, invece, in mezzo al nulla ho trovato sulla bocca di tutti.
Alle 20.30 arriviamo a Niem.

 

25 Luglio
Inizia l’avventura
Oggi mi sono ritrovata catapultata nella in questa realtà, oggi è cominciata la mia esperienza.
Sveglia alle 5, Messa e poi Colazione.
Alle 7 in ospedale: giro medicine, flebo, prelievi, medicazioni…
Io abituata a “reggere i muri” nei miei tirocini in Italia, ad essere un peso per il medico di turno. Qui sono parte del team. Devo imparare in fretta e iniziare ad agire in prima persona perché tutto funzioni, ognuno deve fare la sua parte.
Mi ritrovo immersa in questa realtà e non è facile.

28 Luglio
È un giorno duro
Nonostante sia arrivata da neanche una settimana ho già assistito a parecchi parti, in media ce n’è uno al giorno. Ogni donna ha circa 8-10 figli. In Italia non ne avevo mai visti.
Una nuova vita porta con sé fascino e porta e una grande emozione. Una grande gioia se va tutto bene, ma non sempre è così.
La sala parto è una semplice stanza con un lettino ginecologico nel centro. La sterilità del campo non esiste.
C’è una donna sul lettino. Una mamma, o meglio, una futura mamma. È sieropositiva.
Arrivano le contrazioni, una, due, poi sempre più frequenti. Inizia a spingere.
Poi, sangue, tantissimo sangue tutto addosso a me e a suor Elisabetta, (è lei che si occupa dei parti a Niem).
Non capisco cosa sia successo. Riguardo la donna e vedo un piccolo corpicino con la testa aperta, ormai grigia, di un grigio morte. La malattia non aveva permesso al piccolo di svilupparsi.
In quel momento suor Elisabetta mi dice di andarmi immediatamente a lavare. “E la mamma?”, mi domando, “la mamma ne farà un altro, qui è cosi”, la risposta.
Sprofondo. Le immagini continuano a tornare nella mia mente. Le parole pure. Non capisco, non ci riesco e, forse, non voglio. Solo dopo parecchi giorni avrei iniziato a comprendere.
Quella risposta non era dettata dal fatto che gli africani non diano valore alla vita, anzi.
Gli africani sanno quanto la vita sia preziosa, proprio perché conoscono la morte.
Ogni giorno è un dono, va vissuto appieno e bisogna esserne grati.

 

La prima settimana è durissima. Vedo, vivo e provo cose, che non riesco a comprendere e tanto meno ad accettare.
Ho 22 anni. Ho sempre vissuto nel comfort della mia casa.
A Niem le case sono piccole capanne di mattoni, paglia sul tetto e il terreno come pavimento. Una stuoia per terra e nient’altro. Non c’è ne energia elettrica. Ne tanto meno l’acqua corrente. Se inizia a piovere il chiostro dell’ospedale si riempie di catini per raccogliere più acqua possibile, per dissetarsi, per lavarsi, per sopravvivere.
A casa mi capita di dimenticare il rubinetto aperto.
Il senso di colpa per tutte quelle gocce d’acqua sprecate mi pervade.
Non ho mai provato gratitudine per ciò che ho. Non ho mai realmente capito quanto io sia fortunata, ho sempre dato tutto per scontato.

 

 

30 Luglio
La gioia della vita

Oggi è arrivato all’ospedale un bimbo di appena qualche mese. È molto anemico. Ha la malaria. Necessita di una trasfusione al più presto, qui non esistono le banche del sangue, si cerca un donatore tra i famigliari.
Questo bimbo è 0 positivo, ma nessuno dei suoi famigliari è compatibile. Ma io sì, io sono 0 positivo, io posso donargli il mio sangue.
Oscar oggi ha vinto la sua battaglia quotidiana per la sopravvivenza e io, oggi, mi sento parte della sua battaglia.
È stato solo un piccolo gesto, ma sento il cuore esplodere di gioia.
Ho ritrovato la forza della bimba di 5 anni che sognava di diventare un medico senza frontiere.
Ho ritrovato il senso del mio essere in Centrafrica.
Ho compreso la gioia pura che si prova nel fare del bene.

 

2 Agosto
E’ qui la festa
Il venerdì è il giorno del mercato ed é il giorno più importante; oggi si può andare più tardi nei campi, al mercato ci sono tutti. Anche i malati dell’ospedale che riescono a muoversi.
È un’esplosione di colori.
La merce è esposta per terra, tra fango e polvere. Non importa, l’importante è vendere.
C’è la zona della frutta, quella della verdura e quella della carne.
Cipolle, aglio, pannocchie, banane, avocado farina di magnioca, pasta di arachidi carne essiccata e vermi.
C’è il sarto e l’artigiano. Tutto accompagnato da musica a tutto volume.
Il mercato è festa e anche io oggi faccio parte della festa insieme a loro.

 

7 Agosto.
Non è possibile
Oggi è arrivato un ragazzo all’ospedale avrà avuto una trentina d’anni.
Ha un ascesso ai denti, ma ci si accorge immediatamente che non è un un semplice ascesso.
Questo ragazzo ha sopportato così tanto, che ora l’ascesso ha bucato la trachea. Ormai non riesce più ne a bere ne a mangiare. Siamo impotenti. Qui, non vi è la possibilità della nutrizione per via parenterale, non c’è possibilità di tracheotomizzarlo.
Come si può arrivare a questa condizione? Come si può riuscire a sopportare tanto male?
Da noi i pronto soccorso sono sovraffollati di gente, ci si reca all’ospedale anche solo per un leggero e fastidioso mal di testa, qui ci si reca al dispensario solamente quando il dolore è talmente forte che non ce la si fa più.
Andare in ospedale significa fare diversi chilometri anche a piedi.
Ho visto persone arrivare a Niem anche da 200 chilometri di distanza: significa anche pagare il viaggio.
Un viaggio sui tetti dei camion o su qualche taxi moto (anche in 4 o 5), con il rischio di non arrivare neanche all’ospedale.
Significa lasciare la famiglia, i bambini.
Significa non andare a lavorare nei campi, non portare il cibo a casa.
Recarsi all’ospedale qui all’ultimo momento vuole dire anche essere troppo tardi.
Oggi per quel ragazzo è troppo tardi.
Noi siamo impotenti.

 

 

12 Agosto
I campi
Dopo qualche settimana in ospedale, ho il desiderio di vivere l’esperienza dei campi.
Desidero vivere una loro giornata tipo.
Si parte alle 7, si va a lavorare. Tutti, nessuno escluso anche i bimbi di 3 anni in fila indiana, dal più grande al più piccolo, il papà in testa.
Il campo dista 7 chilometri. Ogni giorno la stessa distanza ad andare e a tornare con il sole dritto sulla testa o con improvvisi acquazzoni, non importa: bisogna arrivare al campo, bisogna andare a lavorare e tutto questo non è un peso.
Non esiste una tabella di marcia, una scadenza, un tempo prestabilito in cui bisogna arrivare.
Gli africani sono un popolo sereno. “Fai domani, ciò che puoi fare oggi”.
Solo il sole scandisce le giornate. Ci si alza quando sorge e si va a letto quando fa buio.

 

18 Agosto
La gratitudine
L’ospedale è sempre pieno di gente. Non ci sono posti letto e stanze per tutti, alcuni dormono in una payotte all’esterno. Di giorno fa caldo, ma la notte la temperatura scende parecchio.
Durante il giro delle medicine, una donna mi chiede una coperta. Vado nel ripostiglio e ne trovo una.
Torno dalla donna e gliela porgo, convinta di fare un gesto del tutto normale. Lei mi prende le mani e inizia a ringraziarmi, non una, non due ma mille volte. Non smette più di ringraziarmi.
Anche una coperta, una semplice coperta può fare la differenza, ma non me ne ero mai resa conto.
In Italia, vivo in un mondo in cui tutto sembra dovuto, in cui non si è più realmente felici, una volta ottenuto qualcosa si vuole altro.
Vivo in un mondo in cui il senso di gratitudine per ciò che si ha non esiste più.
Grazie Africa per avermi fatto riscoprire cosa è la gratitudine.

 

Oramai è quasi un mese che sono tornata dal Centrafrica.
Tornare è stato quasi più difficile che partire.
Ciò che si vive in una missione è così forte, che ti permea e cambia per sempre. Non si può dimenticare.
Quando sono partita per l’Africa avevo un’idea di ciò che avrei potuto vedere e vivere.
È luogo comune che in Africa ci sia la povertà, ma, oltre a questo, noi Europei non sappiamo nulla.
Toccare con mano l’Africa è tutta un’altra storia.
Sono partita con il sogno di una bambina di 5 anni, che alla domanda: “cosa vuoi fare da grande?”, ha sempre risposto: “il medico senza frontiere”. Sono tornata con la consapevolezza di una realtà cruda, a tratti spietata, ma vera.
Ho imparato che essere “missionario” non è andare a salvare le persone.
Essere “missionario” è portare la vita, condividerla con la comunità in cui si sceglie di stare.
È uno scambio di culture, alla pari.
È un “collaborare”, lavorare insieme.
Una volta che si è visto con i propri occhi e si è toccato con le proprie mani questo mondo, non si può rimanere indifferenti, bisogna esserne testimoni.
Insieme, magari, si può fare in modo che la vita vinca, che la battaglia per la sopravvivenza, abbia più vincitori.

 

Grazie Africa, Grazie Niem.

 

 



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