Ione: vita di una donna medico in Centrafrica

Ione: vita di una donna medico in Centrafrica

Conosciuta come “Dottor Ione”, la dottoressa genovese Ione Bertocchi da oltre 50 anni vive e opera nella Repubblica Centrafricana.
Un nome legato a doppio filo ai missionari betharramiti presenti nel Paese e in modo particolare con i progetti sanitari che l’associazione AMICI Betharram Onlus sostiene: proprio la dottoressa Bertocchi ha sostenuto il progetto della creazione del Centro di Cura Saint Michel a Bouar, cosi come la necessità della creazione del blocco operatorio presso il dispensario di Niem.

 

Elisabetta Giromini

Oggi desideriamo conoscerla attraverso gli occhi e le parole di Elisabetta Giromini che ha vissuto un’esperienza nel cuore dell’Africa nel 2011.  Grazie all’incontro con la dottoressa Ione, Elisabetta ha potuto comprendere la sua strada che conosceremo proprio nella sua testimonianza.
Elisabetta, nata e cresciuta tra le colline dei Castelli Romani nella provincia di Roma, dopo varie peregrinazioni si è stabilita a Milano. Curiosa e appassionata di avventure, appena compiuti i 18 anni ha iniziato a viaggiare “zaino in spalla”, quasi sempre in solitaria.
Laureata a Bruxelles in Relazioni Internazionali e al Politecnico di Milano in Innovation Management, si occupa lavora progetti internazionali di innovazione e start up ma la vita da freelance la lascia ampio margine da dedicare a quelle che sono le sue passioni.
Dalla passione per la scrittura, i viaggi e le storie delle persone che incontra, a fine 2019 nasce il blog “in-giro.com”.
“Scrivo – dice Elisabetta –  le storie delle persone che mi colpiscono di più e anche alcuni consigli – tips – per organizzare il viaggio. Una parte importante del blog sono i consigli di lettura. Un buon libro è sempre un ottimo compagno di viaggio, e dai libri si può imparare tanto della cultura locale”. Nel 2011 – ormai tantissimo tempo fa! – frequentavo l’Université libre de Bruxelles e avevo deciso di portare come argomento di tesi la questione dei meccanismi di finanziamento nel settore sanitario.
Appassionata di Cooperazione Internazionale, come caso di studio ho scelto la Repubblica Centrafricana.

 

Perché proprio il Centrafrica?
Nel mio paese d’origine vicino Roma, a Monte Porzio Catone, c’è una casa-famiglia dove è presente una piccola comunità dei religiosi del Sacro Cuore di Gesù di Betharram che si occupa di malati terminali di AIDS.
In questa casa-famiglia i miei genitori facevano volontariato e così sono entrata in contatto – praticamente da quando ci siamo trasferiti lì, avevo 4 anni – con i malati terminali, la malattia “tabù”, la sanità e il volontariato.
Lì ho scoperto che gli stessi padri Betharramiti erano presenti nella Repubblica Centrafricana, e quando ho parlato a Padre Mario Longoni, il responsabile della comunità, della mia idea di lavoro di tesi, mi ha detto che forse avrei potuto provare a contattare un medico, la Dottoressa Ione Bertocchi, che era stata praticamente il primo medico in quel Paese e che poteva avere i contatti giusti.

“Doctor Ione”, come tutti la conoscono in Centrafrica, è una donna minuta, svelta nei movimenti e dalla lingua tagliente.
Nel 2011, quando mi sono recata nel paese, era fiera dei suoi 72 anni, ma oggi ne ha ben di più!
A 35 anni, dopo essere diventata medico a Genova, decise di partecipare alla missione di un medico missionario di sua conoscenza in Centrafrica.
All’epoca non c’erano medici africani, negli anni ’70 il Paese aveva da poco raggiunto l’indipendenza dalla Francia. L’ospedale, realizzato dall’esercito francese, si trovava nel nord del Paese, era ben strutturato ed equipaggiato e serviva sia i militari che la popolazione civile, ma a partire dal 1960, anno dell’indipendenza, fu abbandonato e qualche anno dopo il missionario si era ritrovato un ospedale, senza medicine, né materiale e attrezzature sanitarie.
Ione ricorda che questo medico missionario le chiese aiuto per rifornire il centro sanitario di medicinali e per attrezzare il piccolo laboratorio per le analisi, e cogliendo il periodo delle vacanze decise di partire per vedere con i propri occhi: rimase colpita da quello che si trovò davanti; infatti non immaginava minimamente di essere catapultata in una situazione del genere.
Tornata in Italia, Ione non si ritrovava più nella vita di uno stato così opulento, le sembrava di essere di troppo. Ha identificato così quella che sarebbe diventata la “missione” della sua vita ed è partita nuovamente alla volta del Paese africano.
Ione è una donna risoluta, pratica che sa farsi ascoltare.
Appena arrivata in Centrafrica ha formato i primi 100 medici del Paese e la sua reputazione, ancora oggi, la precede ovunque.
Non è religiosa, ma si appoggia alle comunità di missionari e suore un po’ sparse ovunque per dormire e riposare. Nei momenti difficili, dei colpi di Stato e delle guerre civili, ha trovato rifugio nella savana, perché solo nascondendosi era al sicuro.
Ione parla con tutti, a prescindere dal loro credo politico, status o religione. Parla anche con le ONG occidentali e missioni umanitarie che di due anni in due anni vanno e vengono dal Paese.

 

Cosa ho imparato da lei?

Sono stata con Ione, fianco a fianco, quasi per due mesi nell’estate del 2011. Mi chiedeva di guidare la sua Toyota, facevamo lunghe tratte, sempre accompagnando qualcuno. È raro avere un mezzo a disposizione da quelle parti, la maggior parte delle persone si spostano a piedi.Passavamo infiniti posti di blocco dove soldati sbarravano la strada muniti di mitra. Se c’ero io alla guida, abbassavo piano il finestrino, e Ione faceva capolino dal lato del passeggero. Chi di turno diceva “Ah, Dr Ione, passez passez!”, e così potevamo passare.
Mi ha fatto parlare con prefetti, sindaci, responsabili di centri sanitari, infermieri, medici, responsabili delle politiche sanitarie. Ho visto gli ospedali, le stanze, le persone magre stese sulle brandine, consumate dall’AIDS. Ho visto la sua forza, il suo coraggio, la sua dedizione, la sua perseveranza. Ho capito che per resistere a qualsiasi condizione, anche le peggiori, deve esserci una luce a illuminare il cammino e quella luce la troviamo solo dentro di noi.

Dopo quel viaggio in Repubblica Centrafricana il mio sangue ribolliva, il sistema thatcherista del “performance based management” chiaramente non funziona ma è il modo in cui tutti i donor occidentali distribuiscono gli aiuti.
Mi sono detta che se avessi voluto fare qualcosa per l’Africa o per i Paesi cosiddetti “in via di sviluppo” sarei dovuta rimanere lì, stare con la gente, e che non avrei mai potuto lavorare né per l’ONU, né per nessuna altra Organizzazione Umanitaria o ONG occidentale, che rispondono appunto a quelle logiche che sono a mio avviso completamente disfunzionali.
Guardando Dottor Ione ho capito di non essere così forte, di essere legata all’Europa, alla mia famiglia, che non avevo una vocazione “missionaria” e allora tanto valeva cambiare campo d’azione.
È stato lì, in quel momento, alla fine dell’Università, dopo una difesa di tesi in cui è stato chiaro che la teoria politica era più importante dei fatti che avevo visto con gli occhi e che avevo riportato nel mio lavoro, che ho deciso che di lavoro avrei fatto altro.
Il Dottor Ione, la dolcissima Ione Bertocchi, è ancora in Centrafrica e torna ogni due anni circa per le vacanze in Italia.
Ricordo il suo modo di parlare in francese, il latte liofilizzato mischiato al caffè la mattina, quando parlava con le persone con le mani raccolte sul ventre o dietro la schiena, il suo modo di vivere anarchico, fuori dagli schemi, degno di una vera eroina.

 



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